Perché riparlare di parole?

Perché le abbiamo trascurate. Le abbiamo messe da parte per fare altro. Forse perfino maltrattate. E loro, per ripicca, non si fanno più trovare, si nascondono, ci sfuggono. A volte le cerchi e scopri che te ne restano giusto un mucchietto, quanto basta per mettere insieme pochi pensieri, sempre quelli.

E siccome le nostre parole sono il nostro mondo, ci conviene metterci in ghingheri, tornare da loro e riconquistarle. È una questione di libertà, mica bruscolini.

un blog di irragionevole resistenza sintattica

Mangia come scrive… Visintin!

Un post squisito, oggi, sul blog Mangiare a Milano di Valerio M. Visintin, che approfitto per invitare da me ad assaggiare la mia deliziosa amatriciana. Giusto per sdebitarmi dei minuti di sollazzo intelligente che passo sul suo blog.

Futurismo d’oltremanica

Perla dal Web!

Un nuovo, radioso futuro attende le lingue storiche europee. Che bello.

Marinetti, oh maestro, non crucciatevi: non è colpa vostra…

ps: qui c’è la pagina con la discussione e le risposte.

Come si chiama quella canzone...

Come si chiama quella canzone...

L’ignoranza è forza

Eccellenti notizie per i capoccioni del governo mondiale: l’Italia cala le braghe e svende la lingua di Dante (il gioiello di famiglia) al peggior offerente.

Presto potremo vivere il ritorno al grugnito come conquista sociale, liberandoci dalle catene dei congiuntivi e dal giogo della consecutio temporum, mutuata peraltro dall’orrido latino e pertanto degna del biasimo popolare.

Grazie a questo tardivo ma salutare risveglio delle coscienze, e finalmente senza più parole né pensieri, ritroveremo il coraggio (che sembrava perduto) e la dignità, senza ’se’ e senza ‘ma’, di obbedire agli ordini del nostro guardiano. Chiunque esso sia. Lunga vita al signor padrone con la frusta! Oink!

«Tutti parliamo allo stesso modo»
L’italiano perde efficacia e vitalità

di Ida Bozzi (corriere.it)

«Metà studenti da bocciare in italiano»
di Giulio Benedetti (corriere.it)

Così degrada la nostra lingua
L’italiano e i registri violati

di Cesare Segre (corriere.it)

1984

1984

Mamma, ho stato bocciato!

Comune di Orbetello, conscorso pubblico per l’Ufficio appalti, settimo livello, riservato ai laureati in giurisprudenza. Ammessi all’esame orale: nessuno. Il motivo? Troppi errori di ortografia nello scritto, e troppo gravi. Tutti a casa. A studiare l’italiano.

Sul Corriere c’è la storia, e i link per approfondirla.

Certo, se avrei saputo ci fossi andato anc’io, ha dare il concorzo…

Sei parole, o non sei nessuno

Sai scrivere una storia in sei parole? Come Hemingway*? Vuoi provare?

Sul sito smithmag.net chiunque può esibire il proprio sintetico talento. Le sezioni sono varie: sei parole sull’amore e il cuore infranto, sei parole sul rapporto col cibo, sei parole sulla vita digitale…

Ne stia però lontano chi subisce il fascino della sfida verbale e del gioco di parole funambolico, a meno che non abbia tanto, tanto tempo da perdere.

* “For sale: baby shoes. Never worn”.

Ridisegniamo Milano… senza matita blu!

Tre minuti fa ho denigrato beffardamente il correttore automatico di Microsoft Word. Ma ero in torto.

Da utente Mac più che decennale, lo sdegno si stava già mescolando alla soddisfazione mentre osservavo un bel segno rosso comparso sotto la parola ‘ridisegnamo’ appena digitata, e quasi gongolavo pensando a quanto avrei goduto nello stigmatizzare l’ennesima falla del tetro elaboratore di testo dell’impero del male.

Invece scopro, grazie a Google, che Giulio Nascimbeni nel 1998 aveva già svelato al mondo una norma che io non conoscevo: alla prima persona plurale dell’indicativo presente e del congiuntivo presente, la ‘i’ dopo ‘gn’ si può mettere. Non è obbligatoria, ma tantomeno scorretta, tanto che l’Accademia della Crusca la consiglia.

Controllate voi stessi. Io vado volontariamente dietro la lavagna per tre minuti.

Rie Saito e le parole che curano

Oggi Marco Del Corona (corriere.it) dalle vie dell’Asia ci porta una storia che sa di favola.

Rie Saito è una ragazza sordomuta, che tuttavia vive delle sue parole. Lavora nel quartiere di Ginza, a Tokio. Tiene compagnia agli uomini, ma non vende il suo corpo. Scrive i suoi pensieri sulla carta e li condivide con i suoi clienti, che per questo la pagano generosamente.

È possibile aiutare una persona che soffre con un gioco di parole? Trasformare la difficoltà in estasi con un tratto di penna? Saito sa di sì.

Rie Saito

Il testamento del porcello

Ho ritrovato un libro bellissimo, che avevo scoperto tanti anni fa, amato e pian piano dimenticato.

È stato un rinvenimento casuale, in realtà in quella libreria stavo cercando tutt’altro. Osservando il volumetto ho visto che costava 3.500 lire, e mi ha fatto ridere. Non che quel prezzo racchiudesse alcunché di comico di per sé. Piuttosto c’era qualcosa in quell’affermazione così solenne, per giunta in una lingua del secolo passato, che suonava bene, e accompagnava col piglio giusto nelle atmosfere di Fabio Tombari e al suo Libro degli animali. Infatti ci sono finito dritto dentro.

Voglio proporvi un carnoso estratto, ‘il testamento del porcello’, che compare nel racconto dedicato alla longeva oca. Non perdetevi neanche una parola, sono tutte importanti: era dai tempi di Marco Grunnio Corocotta che non si vergava una roba del genere!

«Io, vecchio porcone etcetera del quondam etcetera etcetera etcetera, sapendo incerto il tempo et certissima la morte, e come li homini quello lo pèrdono e di questa si pascono, sano di corpo secundum veterinarium, testo, rogito norcini: lardi prosciutti et codino, item 50 sapori per 360 pietanze, item salsicce, et, jure legati, lonze, cotechini, salami: in imminentia Carnevalorum prohibendo qualsiasi lutto, dispongo, ordino et comando sia fatta l’altrui volontà per droghe et sapientia, nominando erede universale quale mio più prossimo successore e parente l’Homo, per omnia saecula saeculorum».

Chi di noi non ha sognato almeno una volta, in un momento di frizzante follia, di riuscire a comprendere una delibera comunale che lo riguardava? O di carpire il profondo mistero di quel decreto ingiuntivo con cui l’Agenzia delle entrate gli stava sfilando le mutande senza neppure il buon gusto di togliergli prima i pantaloni?

Alessandro Lucchini (www.palestradellascrittura.it), che di comunicazione se ne intende, è intervenuto a Milano al convegno Dalla redazione alla relazione del 23 febbraio di quest’anno. Ha parlato del lisergico vocabolario della pubblica amministrazione, ha rivelato che un’altra lingua è possibile ed ha proposto una citazione di Galileo che riassume a regola d’arte il senso dell’intera conferenza. È tratta dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo del 1632 (uno scritto che procurò allo scienziato un bel po’ di grattacapi da parte dei burocrati dell’epoca, che allora si chiamavano più pomposamente ‘oscurantisti’).

«Ma sopra tutte le invenzioni  stupende, quale eminenza di mente fu quella di colui che si immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo o di tempo? Parlare con quelli che son nelle Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e diecimila anni? E con quale facilità? Con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta».

Possiamo dunque salvare il grande sogno di Galileo? E possiamo davvero sperare di non dover mai più subire periodi di 83 parole senza poterci difendere? Sì, noi possiamo!

Quelle donne in carta ed ossa

Nell’autunno del 2006 uscì il primo numero di una rivista durata troppo poco, ideata e diretta da Fabio Torriero (prezioso maestro ed amico). Si chiamava Mia, era un periodico femminile free-press distribuito nella provincia di Roma. La redazione era composta di una ventina di donne e tre uomini. Uno ero io. Era una rivista congegnata benissimo, scritta con gusto e originale. Insomma, aveva tutti gli elementi per farsi rimpiangere.

A me era affidata la rubrica ‘Donne & Fumetti’. Ho riportato quegli articoli sulla pagina Inchiostri del blog, a imperituro ricordo.