Maestre elementari timorate di Dio, non odiatemi per quanto sto per affermare: la virgola prima della congiunzione ‘e’ non è errore. Di più: può essere uno stratagemma insostituibile per esprimere alcune intenzioni letterarie.
Molteplici sono i suoi usi. Può fungere da breve meditazione enfatica, che colui che parla (o narra) si concede per elaborare un pensiero più incisivo o più opportuno, accostando così una concretezza tipica della lingua parlata all’eleganza di quella scritta. Oppure può essere il mezzo per imporre un ritmo ad una frase; o può scandire le fasi di un avvenimento in divenire, ed essere dunque il mezzo per generare una climax avvincente.

Per quest’ultimo utilizzo sarà utile un esempio.
Tommy è un monello, ha tredici anni. La diciottenne, incantevole cugina Eleonora sarà ospite a casa sua per qualche giorno, e lui che ne è invaghito è risoluto a spiarla dal buco della serratura mentre si spoglia. Ok, non si fa, ma lui è un monello e lo farà lo stesso.
Sottomettendoci all’anatema delle maestre, dovremmo descrivere la scena così: “Eleonora cinguettò la buonanotte a tutti e salì in camera sua. Tommy fece lo stesso, ma non si diresse nella propria stanza. Verificò che non ci fosse nessuno in giro e, respirando pianissimo, si diresse verso la camera degli ospiti. Si avvicinò alla porta come il pirata al forziere e, con la febbre in corpo, spiò. La testa gli girava forte. E ricevette il premio per la sua audacia: la bella Eleonora si avvicinò allo specchio e… si sfilò le scarpe e le calze e la camicetta e la gonna e la sottoveste  e il reggiseno e le mutandine ed entrò in bagno”. Ma come… già finito? Forse le scappava forte la cacca e si è sbrigata quanto ha potuto? Non so. Resta un fatto: le virgole non messe hanno mortificato l’eros e con esso la memorabile esperienza di Tommy, che dopo il trauma comincerà a fumare le Marlboro. Piccino, ha pure ragione.

Avremmo potuto anche avvalerci, sempre rispettosi dell’antica, nefasta norma, delle sole virgole senza congiunzioni. Proviamo. “La bella Eleonora si sfilò le scarpe, le calze, la camicetta, la gonna, la sottoveste…”. Com’è triste. Sembra una lista della spesa, ed Eleonora un’educanda. Pare quasi di vederla imporporire mentre pudicamente si prepara per le preci della sera piegando ordinatamente i suoi bigi vestitini.

Proviamo invece a fregarcene della regola… Tommy raggiunge di soppiatto l’obiettivo, e si piazza al periscopio. Un sospiro rotto dall’emozione. “E finalmente la bella Eleonora inizia. Si sfila le scarpe, e le calze,  e la camicetta, e la gonna, e la sottoveste, e il reggiseno, e le mutandine. Ed entra in bagno”. Ah, tripudio! Questa sì che è una cugina! Converrete tutti che questa terza opzione, per Tommy, sia stata la più gratificante, e la stessa Eleonora, invece di passare per una giovinetta in preda ad una colica o per una suorina laica senza mai figli e senza più voglie, ci si para davanti come una maliziosa ninfa silvana che della vita ha capito già molto. E tutto grazie alla poderosa coppia ‘virgola + e’, vivaddio. A che pro demonizzarla, dunque?

Perfino il mite Manzoni nei Promessi sposi non ha avuto remore a servirsene:

«Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di cui, per essere letterato, come diremo più in particolare, si serviva per segretario, nell’occasioni d’importanza. Trattandosi d’una di questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò caldamente l’ortografia, ch’era una delle molte cose che aveva studiate, e delle poche sulle quali avesse lui il comando in casa».

In questo esempio classico (L’infinito, 1819), addirittura, Leopardi ci dà giù per ben sei volte:

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare».

L’Accademia della crusca, naturalmente, si è occupata dell’argomento, arricchendo la dissertazione con una breve storia della virgola e del suo uso nei secoli.

Facciamoci coraggio, dunque. Scendiamo nelle piazze e, brandendo i Promessi sposi, abbattiamo lo strapotere delle maestrine, che vogliono strappare alle nostre adolescenze le gioie del buco della serratura!