Come Le tigri di Mompracem
Purtroppo sono orgoglioso. È una iattura di cui sto cercando di sbarazzarmi, anche se il miglior risultato ottenuto fino ad ora è stato addormentarla. Ma è un sonno inquieto. A causa di questo pernicioso peccato capitale, fin da piccolo non amavo che mi si correggesse. Soprattutto mi indispettiva essere colto in castagna su questioni di scrittura, perché mi reputavo un’autorità in materia. Avevo imparato a leggere presto, a quattro anni. Verso i sei, in un armadio, avevo scoperto un tesoro: i libri di Emilio Salgari che erano appartenuti a mio padre. In poche settimane di febbre malese ero un tigrotto fatto e finito: avevo passato a filo di kriss turbe di inglesi e castamente amato la Perla di Labuan, avevo salvato la buccia a Tremail Naik e lo stesso Sandokan, nei momentacci, non disdegnava una mia consulenza. Come da copione, mi ero subito lanciato nel componimento di ardimentosi raccontini pirateschi, attività, ritenevo, molto prestigiosa. I parenti mi adulavano, e in breve mi ero autoconvinto di essere un genio e che la mia penna fosse al di sopra di qualunque légge. Così, ogni volta che i fatti mi smentivano, avvampavo per l’umiliazione. Se l’errore lo scoprivo da solo diventavo di colpo irritabile; se me lo faceva notare qualcun altro, bollavo immediatamente lo sfrontato come persona infida e pericolosa per la mia incolumità. E con me aveva chiuso.

Come Baby boom
Quei mirabili scritti di gioventù non sono sopravvissuti ai rastrellamenti pasquali di mammà. L’opera più antica giunta fino a noi risale alla terza elementare, ed è un classico dei classici: il tema sulla mamma. Un pezzo, comunque, di un certo interesse linguistico. Dopo un’analisi essenziale ma completa del carattere dell’austera genitrice, con penna intinta nel più elegante manierismo, e dopo l’apologia dei suoi manicaretti e delle sue barbose ma eque ramanzine sul perché non mi fosse consentito pestare il fratellino, ecco il finale a sorpresa: «Ha i capelli quasi rossi». Una chiusa temeraria, per un bimbetto: non solo un particolare fisico che tradizionalmente si colloca nelle prime righe veniva utilizzato per concludere un componimento, ma era perfino arricchito da quel “quasi” che rarefaceva l’atmosfera, e che rendeva mia madre una creatura onirica, imprecisa, quasi una fata. Probabilmente era frutto delle mie letture, verso le quali la mia famiglia mi aveva spinto senza che me ne accorgessi piazzando Sandokan sulla mia strada. Scommetto che se me le avessero imposte, bastian contrario come sono, avrei perseguito con cieca tenacia l’analfabetismo, ponendomi così in totale contrapposizione al mondo occidentale, ipotesi comunque non priva di fascino.

Come Le avventure di Pinocchio
I fanciulleschi ozi letterari, però, avevano acuito prodigiosamente la mia fantasia. Per essere più chiari, avevo cominciato ad inventare delle enormi cazzate. Così, senza alcun motivo, raccontavo quotidianamente ai miei amichetti storie mirabolanti di incredibili pomeriggi d’avventura, di estati passate in mondi lontani o di giocattoli introvabili che avevo avuto in dono. Ed erano sempre, rigorosamente balle. Una delle più articolate e durature, me la ricordo ancora, fu la saga del robottino Johnny, un minuscolo androide che, per motivi misteriosi, viveva sotto il mio letto.
Un mio compagno di giochi mi viene a trovare, un pomeriggio. Ad un certo punto gli faccio: scusa sai, ma devo andare a vedere come sta Johnny. Chi è Johnny, chiede lui? Sciocco bambino, ci sei caduto con tutte le Kickers… Johnny è un robottino, il mio robottino! Ecco, ora lo prendo… armeggio un po’ sotto la branda e riemergo con Johnny tra le mani chiuse a mo’ di scrigno del tesoro, perché lui era un tesoro. Fammelo vedere! Fammelo vedere! No, non posso… Mamma, mamma, guarda Johnny! Corro in cucina e mamma, peccando di superficialità, sta al gioco, e saluta pazientemente l’androide. Anche il mio amichetto vuole essere testimone di tanta meraviglia, ma io non ho pietà. Lui mi marca a uomo, mi implora, si stizzisce, mi minaccia, frigna, prova a corrompermi, urla. Ma io non posso cedere, e non cedo. Così la leggenda  di Johnny comincia a gonfiarsi abnormemente e rimane per mesi il principale argomento delle mie conversazioni con la sventurata vittima della mia infantile mendacia. Il poveretto alla fine mestamente cede e smette di scongiurarmi di metterlo a parte di quel gioco fantastico, ma senza comprendere il perché della mia omertà. Che carognata.
Sulla falsariga del robottino, visto il successo, inventai decine di altri marchingegni meccanici, ma dalla vicenda di Johnny avevo imparato a dare la morte alle mie mirabili invenzioni, che così finivano opportunamente scaraventate sul tetto, sepolte metri e metri sottoterra o perdute, che sfortuna, nel laghetto. In questo modo potevo godermi il momento di gloria libero dall’onere della prova. E tutto per colpa di Salgari.

Come Jack Frusciante è uscito dal gruppo
Quando le mie gambe si fecero pelosette, improvvisamente capii che le parole erano micidiali armi da rimorchio. Iniziai quindi a comporre languide missive alle gnocche della scuola, per farle mie. I risultati non si fecero attendere. È possibile che ciò non dipendesse da una prosa migliore delle altre, ma piuttosto dal fatto che di altre prose non ci fosse traccia: agivo in regime di monopolio, e questo mi concedeva di per sé un vantaggio. Le vittime di quegli anni si contano a migliaia, per non dire milioni. Per coerenza stilistica eviterò di confessare i vaffa che mi sono pigliato, ad occhio migliaia, ma non escludo milioni. Avevo quattordici anni, e una biografia di lettore quasi decennale. Ma è una fase piuttosto breve: ad un certo punto, infatti, nella mia vita arriva l’heavy metal, che spazza via tutto il resto. Il mio cuore è tutto per gli Slayer e gli Iron Maiden, e spazio per mollezze letterarie non ce n’è. Siccome i dieci comandamenti metallici prevedono il grugnito e il rutto come unici mezzi accettabili di comunicazione, e io esigo da me stesso il fondamentalismo assoluto, abbandono tutto per  imitare le gesta di Lemmy dei Motörhead e della relativa, colorita pletora di sciamannati. In realtà ero un metallaro da operetta, ma questo posso confessarmelo solo adesso (pur con un po’ di ritrosia residua); a quel tempo volevo essere bruttissimo e cattivissimo, ma non c’era verso, non avevo la faccia giusta. Il mio amico Carlo mi diceva sempre che sembravo un lattaio americano, simbolo supremo di pulizia del corpo e dell’anima. Io, che detestavo ammettere che aveva ragione, replicavo ruttando. E Carlo sorrideva, perché la sapeva più lunga di me.

Come No one here gets out alive
A diciotto anni scrivevo poesie di disperazione e morte in versi liberi. Non ero affatto disperato, intendiamoci. Era solo una posa. Ero a Venezia, in collegio (dove ho trascorso tre anni impareggiabili, dal 1990 al 1993), avevo amici in quantità e non un pensiero. Ero un discreto chitarrista dilettante, e mi esibivo volentieri replicando con metodo gli assoli di Slash alle mie groupies, che si litigavano brandelli della mia maglietta e del mio cuore rock. Davvero niente male. Rispetto ai tempi del metallo, alle mie letture avevo aggiunto Dylan Dog, e già mi sentivo un po’ troppo intellettuale. Non desideravo altro, era il momento dell’azione, della rivolta permanente, altro che libri…
Poi però il liceo finisce. Da Venezia, lontano da casa, giorno e notte con i miei pards, in movimento continuo, mi trovo nuovamente a Colombella, in campagna, a casa, mamma, fratello e gatti. Niente patente (arriverà a vent’anni suonati, a diciotto ero circondato dalla laguna e l’automobile era in coda ai miei pensieri) e pochi mezzi pubblici per raggiungere il resto del mondo. In una parola: segregazione. Mi sento stordito. E così, dopo tanti anni, succede: ricomincio a leggere. Lo faccio maniacalmente, come ogni volta che tradisco l’inerzia per l’azione. Libri, dall’alba alla notte, o all’alba successiva. Sono letture disordinate, casuali. Leggo quello che trovo, chiunque mi consigli questo o quell’autore mi sembra abbastanza autorevole da meritare fiducia. Sono anni di splendido isolamento, in cui scopro mondi e maestri e in cui, soprattutto, mi innamoro delle parole. Ogni nuovo autore che scopro mi conquista, e diventa il mio preferito, il mio totem. Ne saccheggio ogni motto con chirurgica furia. Per circa quattro anni vivo così. Sono anni di formazione entusiasmanti, che ricordo con nostalgia e molto chiaramente, perché sono zeppi delle immagini scaturite da Orwell, da Céline, da Petrarca, da Bulgakov, da Dostoevskij, da Dumas, da Hemingway. E riprendo anche in mano la penna, e scrivo, scrivo, scrivo… Quando ricordo quel periodo di dedizione maniacale ed assoluta, provo compiacimento nei miei confronti. Mi piaccio quando mi infiammo, e delle fasi della mia vita in cui ciò accade mi resta sempre una sensazione inebriante. È quello il “me” che amo di me.

Come Voyage au bout de la nuit… o no?
Ad un certo punto, senza preavviso, mi accorgo che la montaliana ‘età illusa’ è finita. Comincio pian piano a pensarmi come un vecchio saggio che del mondo tutto ha saputo e compreso, e la lettura, da mania, diventa abitudine, uno dei momenti della giornata. Sono gli anni ufficialmente dedicati all’università, gli anni del mio personale riflusso. Per il momento, dunque, il sacro furore è appisolato.

È in questo periodo di apparente assennatezza che vengo sedotto dallo studio tecnico dell’italiano. Forse, inconsciamente, decido di conquistare quell’infallibilità che a sei anni giuravo di avere. O forse mi stizzisce notare, leggendo qua e là, con quanta incuria venga trattata una lingua che ha tanto nobilitato la razza umana, e comincio a percepire quel quotidiano scempio come un vilipendio ai danni dei miei precettori letterari. Devo passare al contrattacco. Inauguro così una fitta serie di pellegrinaggi in libreria, e la sezione ‘linguistica’ della mia biblioteca comincia a ingrassare rapidamente mentre io sguazzo in un corroborante oceano di grammatiche, bibbie sintattiche e studi diacronici sul superlativo assoluto. Finché arriva il momento di pormi la domanda delle domande: e ora? La risposta possibile mi sembra una sola. Così mi avvio pimpante su quel sentiero sconnesso che è il mestiere di giornalista, che, forse ingenuamente, mi pare la perfetta summa di tutto ciò che ho appreso. Su questo argomento non mi dilungherò, eviterò gli aneddoti grotteschi e quelli esilaranti e pure la lista di buoni maestri (finora pochi, ma buoni davvero) e dannate carogne. Giusto una nota di servizio: attualmente collaboro con il quotidiano La Nazione. E continuo a sollazzarmi con la nostra incasinatissima lingua e le sue léggi, a trarne gran diletto e ad essere per questo classificato come matto non pericoloso. Uno da blog, insomma.