Tre minuti fa ho denigrato beffardamente il correttore automatico di Microsoft Word. Ma ero in torto.
Da utente Mac più che decennale, lo sdegno si stava già mescolando alla soddisfazione mentre osservavo un bel segno rosso comparso sotto la parola ‘ridisegnamo’ appena digitata, e quasi gongolavo pensando a quanto avrei goduto nello stigmatizzare l’ennesima falla del tetro elaboratore di testo dell’impero del male.
Invece scopro, grazie a Google, che Giulio Nascimbeni nel 1998 aveva già svelato al mondo una norma che io non conoscevo: alla prima persona plurale dell’indicativo presente e del congiuntivo presente, la ‘i’ dopo ‘gn’ si può mettere. Non è obbligatoria, ma tantomeno scorretta, tanto che l’Accademia della Crusca la consiglia.
Controllate voi stessi. Io vado volontariamente dietro la lavagna per tre minuti.
Chi di noi non ha sognato almeno una volta, in un momento di frizzante follia, di riuscire a comprendere una delibera comunale che lo riguardava? O di carpire il profondo mistero di quel decreto ingiuntivo con cui l’Agenzia delle entrate gli stava sfilando le mutande senza neppure il buon gusto di togliergli prima i pantaloni?
Alessandro Lucchini (www.palestradellascrittura.it), che di comunicazione se ne intende, è intervenuto a Milano al convegno Dalla redazione alla relazione del 23 febbraio di quest’anno. Ha parlato del lisergico vocabolario della pubblica amministrazione, ha rivelato che un’altra lingua è possibile ed ha proposto una citazione di Galileo che riassume a regola d’arte il senso dell’intera conferenza. È tratta dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo del 1632 (uno scritto che procurò allo scienziato un bel po’ di grattacapi da parte dei burocrati dell’epoca, che allora si chiamavano più pomposamente ‘oscurantisti’).
«Ma sopra tutte le invenzioni stupende, quale eminenza di mente fu quella di colui che si immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo o di tempo? Parlare con quelli che son nelle Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e diecimila anni? E con quale facilità? Con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta».
Possiamo dunque salvare il grande sogno di Galileo? E possiamo davvero sperare di non dover mai più subire periodi di 83 parole senza poterci difendere? Sì, noi possiamo!
Maestre elementari timorate di Dio, non odiatemi per quanto sto per affermare: la virgola prima della congiunzione ‘e’ non è errore. Di più: può essere uno stratagemma insostituibile per esprimere alcune intenzioni letterarie.
Molteplici sono i suoi usi. Può fungere da breve meditazione enfatica, che colui che parla (o narra) si concede per elaborare un pensiero più incisivo o più opportuno, accostando così una concretezza tipica della lingua parlata all’eleganza di quella scritta. Oppure può essere il mezzo per imporre un ritmo ad una frase; o può scandire le fasi di un avvenimento in divenire, ed essere dunque il mezzo per generare una climax avvincente.
Per quest’ultimo utilizzo sarà utile un esempio.
Tommy è un monello, ha tredici anni. La diciottenne, incantevole cugina Eleonora sarà ospite a casa sua per qualche giorno, e lui che ne è invaghito è risoluto a spiarla dal buco della serratura mentre si spoglia. Ok, non si fa, ma lui è un monello e lo farà lo stesso.
Sottomettendoci all’anatema delle maestre, dovremmo descrivere la scena così: “Eleonora cinguettò la buonanotte a tutti e salì in camera sua. Tommy fece lo stesso, ma non si diresse nella propria stanza. Verificò che non ci fosse nessuno in giro e, respirando pianissimo, si diresse verso la camera degli ospiti. Si avvicinò alla porta come il pirata al forziere e, con la febbre in corpo, spiò. La testa gli girava forte. E ricevette il premio per la sua audacia: la bella Eleonora si avvicinò allo specchio e… si sfilò le scarpe e le calze e la camicetta e la gonna e la sottoveste e il reggiseno e le mutandine ed entrò in bagno”. Ma come… già finito? Forse le scappava forte la cacca e si è sbrigata quanto ha potuto? Non so. Resta un fatto: le virgole non messe hanno mortificato l’eros e con esso la memorabile esperienza di Tommy, che dopo il trauma comincerà a fumare le Marlboro. Piccino, ha pure ragione.
Avremmo potuto anche avvalerci, sempre rispettosi dell’antica, nefasta norma, delle sole virgole senza congiunzioni. Proviamo. “La bella Eleonora si sfilò le scarpe, le calze, la camicetta, la gonna, la sottoveste…”. Com’è triste. Sembra una lista della spesa, ed Eleonora un’educanda. Pare quasi di vederla imporporire mentre pudicamente si prepara per le preci della sera piegando ordinatamente i suoi bigi vestitini.
Proviamo invece a fregarcene della regola… Tommy raggiunge di soppiatto l’obiettivo, e si piazza al periscopio. Un sospiro rotto dall’emozione. “E finalmente la bella Eleonora inizia. Si sfila le scarpe, e le calze, e la camicetta, e la gonna, e la sottoveste, e il reggiseno, e le mutandine. Ed entra in bagno”. Ah, tripudio! Questa sì che è una cugina! Converrete tutti che questa terza opzione, per Tommy, sia stata la più gratificante, e la stessa Eleonora, invece di passare per una giovinetta in preda ad una colica o per una suorina laica senza mai figli e senza più voglie, ci si para davanti come una maliziosa ninfa silvana che della vita ha capito già molto. E tutto grazie alla poderosa coppia ‘virgola + e’, vivaddio. A che pro demonizzarla, dunque?
Perfino il mite Manzoni nei Promessi sposi non ha avuto remore a servirsene:
«Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di cui, per essere letterato, come diremo più in particolare, si serviva per segretario, nell’occasioni d’importanza. Trattandosi d’una di questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò caldamente l’ortografia, ch’era una delle molte cose che aveva studiate, e delle poche sulle quali avesse lui il comando in casa».
In questo esempio classico (L’infinito, 1819), addirittura, Leopardi ci dà giù per ben sei volte:
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare».
L’Accademia della crusca, naturalmente, si è occupata dell’argomento, arricchendo la dissertazione con una breve storia della virgola e del suo uso nei secoli.
Facciamoci coraggio, dunque. Scendiamo nelle piazze e, brandendo i Promessi sposi, abbattiamo lo strapotere delle maestrine, che vogliono strappare alle nostre adolescenze le gioie del buco della serratura!
È scientificamente provato: quando le persone scrivono, degli accenti se ne fregano. Di fronte a un nuovo ‘perché’ o ad un altro ‘però’, chi digita al computer non ha ’se’ e non ha ‘ma’: un bell’apostrofo in fondo alla parola e non se ne parla più. Quando si scrive a mano, idem: all’occorrenza si butta là uno scarabocchietto buono per tutti i palati, che peraltro il nostro lettore tratterà con altrettanta indulgenza.
Questo accade perché non molti sanno che nella nostra lingua esistono ben tre tipi di accento (acuto, grave e circonflesso), e che non sono intercambiabili. Ma come biasimare gli ignari? Mettici gli insegnanti (e parecchi giornalisti) che, sull’argomento, latitano, aggiungici il maledetto correttore automatico di Word e un generale senso di svacco che pervade il Paese, ed il viale del tramonto, per il povero accento, diventa ineluttabile. E invece no. Noi lo salveremo.
Partiamo da due definizioni prese dal dizionario di Wikipedia:
- l’accento è un rafforzamento della voce nel pronunciare una sillaba;
- graficamente, è il segno che si utilizza per indicare una vocale tonica.
Se tale segno va dall’alto verso il basso ( ` ) l’accento si dice grave. Viceversa ( ´ ), si dice acuto.
Per le vocali che possono avere un solo suono (a, i, u) si utilizza convenzionalmente l’accento grave (anche se non tutti concordano), mentre per la e e per la o (che sono foneticamente ambigue) sono previsti sia quello acuto che quello grave. Si usa il primo quando la pronuncia della vocale è aperta (come in caffè, cioè, decurtò, pòlline), il secondo quando è chiusa (come in perché, distrétto, pónte, tepóre).
Esiste un terzo tipo di accento, quello circonflesso ( ˆ ), ma è quasi scomparso e viene tuttalpiù usato per i plurali di alcuni nomi in -io (principio → principî).
Finito. Facile, no?
La trattazione non ha evidentemente pretese scientifiche, ma squisitamente pratiche. Se volete approfondire online l’argomento, date un’occhiata alle voci accento e accento grafico di Wikipedia. Non sono un discepolo strettamente osservante della rivoluzionaria “enciclopedia libera”, ma queste due pagine non sono male.
Per fare le cose come si deve, invece, un bel libro di grammatica. Mezza paginetta e passa la paura.
Agli amanti della sfida consiglio invece una visita al sito Treccani: la rubrica Glossogrammi (gustosissima) propone un test sull’accento in cui nessuno può sentirsi davvero al sicuro.
Le serate di stravizzi nuocciono forse al fegato, ma non alla sintassi! Etimologicamente, infatti, non hanno nulla in comune con il vizio, ipotesi che comporterebbe “stravizi” come unico plurale possibile. Gli stravizzi (singolare: stravizzo) erano sontuosi banchetti tenuti dagli accademici della Crusca allo scadere dei mandati, durante i quali si leggeva la cicalata, orazione in burla su argomenti frivoli. Anche “stravizio” e “stravizi” sono termini ormai accettati, ma buttar lì uno stravizzo sulla tavola imbandita, tra la bolognese e lo stinco di maiale, è tutta un’altra sciccheria…