Perché riparlare di parole?

Perché le abbiamo trascurate. Le abbiamo messe da parte per fare altro. Forse perfino maltrattate. E loro, per ripicca, non si fanno più trovare, si nascondono, ci sfuggono. A volte le cerchi e scopri che te ne restano giusto un mucchietto, quanto basta per mettere insieme pochi pensieri, sempre quelli.

E siccome le nostre parole sono il nostro mondo, ci conviene metterci in ghingheri, tornare da loro e riconquistarle. È una questione di libertà, mica bruscolini.

un blog di irragionevole resistenza sintattica

Archive for 'Curiosità'

Futurismo d’oltremanica

Perla dal Web!

Un nuovo, radioso futuro attende le lingue storiche europee. Che bello.

Marinetti, oh maestro, non crucciatevi: non è colpa vostra…

ps: qui c’è la pagina con la discussione e le risposte.

Come si chiama quella canzone...

Come si chiama quella canzone...

Mamma, ho stato bocciato!

Comune di Orbetello, conscorso pubblico per l’Ufficio appalti, settimo livello, riservato ai laureati in giurisprudenza. Ammessi all’esame orale: nessuno. Il motivo? Troppi errori di ortografia nello scritto, e troppo gravi. Tutti a casa. A studiare l’italiano.

Sul Corriere c’è la storia, e i link per approfondirla.

Certo, se avrei saputo ci fossi andato anc’io, ha dare il concorzo…

Sei parole, o non sei nessuno

Sai scrivere una storia in sei parole? Come Hemingway*? Vuoi provare?

Sul sito smithmag.net chiunque può esibire il proprio sintetico talento. Le sezioni sono varie: sei parole sull’amore e il cuore infranto, sei parole sul rapporto col cibo, sei parole sulla vita digitale…

Ne stia però lontano chi subisce il fascino della sfida verbale e del gioco di parole funambolico, a meno che non abbia tanto, tanto tempo da perdere.

* “For sale: baby shoes. Never worn”.

Rie Saito e le parole che curano

Oggi Marco Del Corona (corriere.it) dalle vie dell’Asia ci porta una storia che sa di favola.

Rie Saito è una ragazza sordomuta, che tuttavia vive delle sue parole. Lavora nel quartiere di Ginza, a Tokio. Tiene compagnia agli uomini, ma non vende il suo corpo. Scrive i suoi pensieri sulla carta e li condivide con i suoi clienti, che per questo la pagano generosamente.

È possibile aiutare una persona che soffre con un gioco di parole? Trasformare la difficoltà in estasi con un tratto di penna? Saito sa di sì.

Rie Saito

Gregor Samsa 6 1 fiko

«Orgoglio, pregiudizio… e zombie», apprendiamo da Emanuele Buzzi (corriere.it), è la parodia horror di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen.
Gli zombie li ha aggiunti tal Seth Grahame-Smith. La Quirk Books pubblica, e il romanzo vende alla grande.

In Internet idee simili spuntano come funghetti e alcune, ogni tanto, diventano piccoli casi editoriali. Possono piacere o no, ma solo un bacchettone si arrampicherebbe fin su in cattedra per scagliare i suoi venefici strali contro il giovinotto che ha osato insozzare la letteratura immortale con simili immondizie.

Ok, siamo d’accordo: morte al bacchettone.

Ma una domanda bisogna porsela: perché la parodia nel terzo millennio va a parare quasi sempre nello splatter?
Lo zombie, ad esempio, è ormai démodé: lo abbiamo visto ballare ‘Meu amigo Charlie Brown’, ingropparsi le zombesse, scioperare per il caro-cervelli, lo abbiamo visto fare lo scemo per far ridere i bambini grassi, lo abbiamo visto cantare al karaoke, raccontare barzellette e deprimersi… insomma, ha stufato. Tra l’altro i classici della letteratura pullulano già di per loro di mostri molto più spaventosi e affascinanti. Perché dunque non tornare ad osare, e interpretare qualche eterno capolavoro in chiave gaia?

Non sarebbe molto più audace tratteggiare Cerbero che riporta il bastoncino a uno spensierato Dante Alighieri? O un Raskolnikov che, finita la lezione di rugby, si dedica all’assistenza delle vecchie usuraie abbandonate? O un Gregor Samsa che un bel mattino si risveglia tramutato in George Clooney? Così, tanto per cambiare…

Non passa lo straniero

All’Università di Modena hanno abolito il termine ’straniero’ dalle lezioni. È poco democratico.

Ne parla oggi il quotidiano E Polis in un articolo intitolato «Se l’esser diversi è a parole».

Né l’etimologia né il significato del termine incriminato, però, giustificano un provvedimento del genere.

Piuttosto, il pensiero va alla povera Università per stranieri di Perugia. Che sarà di lei? Urge una petizione popolare: ognuno proponga un nuovo nome che sostituisca l’attuale, ormai in odore di discriminazione. Dobbiamo agire in fretta, prima che qualcuno abbia il colpo di genio e affibbi all’ottuagenaria istituzione un democraticissimo ‘Università per senza documenti’.

Chi ci avrebbe scommesso? La crisi economica giova alla lingua! Lo sostiene Lucy Kellaway, columnist del Financial Times: pare che, mentre le nostre tasche occidentali si alleggeriscono, nelle e-mail ricompaiano virgole e maiuscole.

Marco Pratellesi ce ne parla sul suo Mediablog.

Arrigo boito quinquisdrucciolo

«Sì crudo è il gelo che le rime sdrùcciolanosene
tremando, e in fondo al verso rincantùcciolanosene;
le gocciole d’inchiostro stalattìtificanomisi
sotto la penna, ovvero stalagmìtificanomisi».

Lo scoop: con Boito l’accento tonico infrange il tabù dei tabù. E viaggia indietro nel tempo.
Il dubbio: il termine quinquisdrucciolo, me lo sono proprio inventato?