Inchiostri
Paperina e Betty Boop
(Donne & Fumetti – Mia n. 1, novembre 2006)
Paperina e Betty Boop coetanee? Chi ci scommetterebbe? Paperina, figlia di un’America di fidanzate perbene dai denti innaturalmente bianchi, di signore che riuniscono il comitato di beneficenza ogni pomeriggio alle cinque (l’ora in cui l’idea di non avere per le mani figli e marito a cui poter fare del bene diventa intollerabile), maccartista ante litteram, waspissima, potenzialmente razzista, non ha mai avuto diciotto anni. Betty Boop è tutta un’altra storia, è giovane in eterno perché prototipica: svenevole, lolita, flapper irriducibile, porca senza averne l’aria, seduttrice falsamente inconsapevole, simbolo di un proibito che pare a portata di mano. Paperina è nata vecchia. Betty non crescerà mai. Assieme, a spasso per il centro commerciale, non potrebbero sottrarsi al loro destino: qualcuno le fermerebbe e, rivolgendosi alla palmipede ma guardando di sbieco la moretta, pronuncerebbe la frase fatidica: che splendore sua figlia! Vagli a spiegare che, se solo studiassero, quelle due andrebbero a scuola insieme. Ma non c’è nulla da fare: ancorché con le mutande stabilmente esposte, Paperina mantiene un retrogusto suoresco, mentre la signorina Boop infrangerebbe cuori ed altri organi apparentemente meno nobili anche indossando un cappottone da colonnello finlandese. Basta uno sguardo. Lo stupefacente risvolto è che Betty è condannata alla singletudine. Piace a tutti e nessuno se la piglia. Pare quasi che scegliere un’esistenza eccitante comporti necessariamente la rinuncia alla stabilità affettiva, e che rinunciare al bello del mondo collochi la donna nel desolante olimpo delle ragazze da marito, delle casalinghe integraliste, delle femmine che scelgono di farsi scegliere. E che poi, inevitabilmente, di notte, sognano Paperinik. Che brama Betty Boop. Ma non se la piglierà mai.
Trudy ed Eva Kant
(Donne & Fumetti – Mia n. 2, dicembre 2006)
Donne del capo si nasce, qualunque genetista lo confermerebbe. Ma aggiungerebbe il sociologo: crescere a Tavernello e scappellotti piuttosto che a Veuve Clicquot e aristocratiche tragedie fa parecchia differenza. Il sacerdote, certo, scuoterebbe la testa, affermando l’uguaglianza davanti a Dio. Ma non è detto che quest’ultimo, confrontando attentamente i dossier di Trudy ed Eva Kant, non sentirebbe l’impellenza di qualche distinguo. C’è, dunque, differenza?
Partiamo da un dato certo: tutte e due stanno col capo. Che sia il ras del campetto o il più astuto dei criminali poco importa, perché comunque lo ammirano e lo amano. E, diciamolo pure, lo controllano. Ogni donna del capo è affetta da una forma acuta di sindrome della zarina, anche conosciuto come “morbo della first lady”, che la porta ad immedesimarsi nel compagno al punto di ritenere perfettamente naturale sostituirglisi nell’esercizio del potere. Ed ecco che il Gambadilegno di turno, ruminando bestemmie, accompagna la sua Trudy a fare incetta di ciarpame da Mondo Convenienza, mentre Diabolik, non meno scoglionato, esprime su richiesta il proprio educato parere (del tutto irrilevante ai fini della decisione di acquisto) sui prodotti Fortnum & Mason tra i quali Eva danza con aristocratica femminilità.
Eccola, dunque, la verità: che ricordi Platinette o Nicole Kidman, che sprigioni il fascino di Mata Hari o gli afrori della prostituta pasoliniana che si inguatta i soldi del Riccetto, la sostanza è sempre quella: la femmina del capobranco, a testimonianza di un mai estinto matriarcato, spadroneggia e decide le sorti del mondo, perché sa dove colpire e, ancor più, fin dove può spingersi. Cala la notte, e vestita di sole due gocce di Chanel numero 5, o di due chiazze di guanciale soffritto, lei guarda lui negli occhi, lo abbraccia e gli dice: sei il numero uno. E lui si addormenta felice come un pascià, sprofondando nel tiepido, confortevole, inevitabile sonno dei fessi.
Jessica Rabbit e Nonna Papera
(Donne & Fumetti – Mia n. 3, gennaio 2007)
Ci sono milioni di signore Rabbit al mondo. Anzi, una sola, clonata in milioni di esemplari. E ciascuna è di chi se la piglia. Il loro personaggio non concede scelte. Una volta strizzate le tette nel vestito rosso col super-spacco, i giochi sono bell’e chiusi. Grama è la vita di tali bonazze, pensa qualcuno. Che finiscano nell’harem di Abramovich o a bordo piscina in casa Briatore o sullo yacht di qualche “pallone d’oro”, le possibilità loro concesse sono poche, mentre hanno un severissimo decalogo dei “non fare” a cui debbono obbedienza. Non se ne possono andare dalla festa, per esempio. E col tacco dodici costantemente innestato è una bella sfiga. A volte le poverine si scoprono a bramare, nel bel mezzo del quarto pallosissimo vernissage della settimana, un paio di sabot Birkenstock e la salopette alla Eminem. Per fortuna, però, in quei casi malaugurati scatta il salvavita: se davvero indossassi quella roba lì, si domandano, mi sposterei ugualmente in Ferrari o sarei piuttosto condannata alla Panda 30 nei secoli dei secoli? E mangerei ugualmente squisite quiche servite da Maxime in persona o servirei del misto mare BoFrost ad un marito depresso perché Totti li ha purgati ancora? Di fronte a tali scenari desolanti non c’è Jessica Rabbit che non torni a più miti consigli. E non importa se dopo il vernissage si va dritti dritti al ricevimento di Roberto Cavalli, che come al solito fingerà di riconoscerle. Non importa se in quel frangente il tacco dodici, come per magia, si tramuterà in tacco quindici (che probabilmente in alcuni Paesi particolarmente evoluti è illegale). Non importa se la gonna somiglierà più che altro ad una mantovana per la passera. Passerà. E comunque, in Ferrari passa prima.
Nonna Papera ha invece un rombante trattore Lamborghini, posteggiato nell’aia. Ma potrebbe anche non averlo, sarebbe sempre Nonna Papera. Di Nonna Papera ce n’è una sola. Anzi, milioni, tutte simili ma un po’ diverse. Ce ne sono di settant’anni come di venti, teutoniche come mediterranee, di città come di campagna. Anche loro, come le Rabbit, hanno un decalogo, che è quello che Dio dette a Mosè o qualcosa del genere, ma hanno ampi margini di libertà. Si prendono cura di un Ciccio buono ma tonto perché non sopportano l’idea che il mondo crudele possa fargli del male, e di certo gliene farebbe se non ci fossero loro ad accudirlo con torte squisite ed ottimi consigli. Beninteso, Ciccio non è marito, né fidanzato, né tantomeno amante segreto. È colui che il destino ha mandato a Nonna Papera per tenerla in costante allenamento nel ruolo che il Padreterno le ha indiscutibilmente assegnato: quello di salvatrice del mondo. Lei ha accettato quanto stabilito ai piani alti senza discutere, si è trovata un Ciccio ed ha affinato le fondamentali doti di prudenza, fortezza, giustizia, temperanza, fede, speranza e carità, un cocktail di virtù che le consente di sopportare l’arduo compito che le è toccato per nascita. Perché Nonna Papera si nasce. La predestinata si riconosce fina dalla giovane età: all’asilo fa amicizia con i bambini emarginati, quelli che vengono ribattezzati con nomignoli quali “quattrocchi sparapidocchi”, “ciccione cacone” e simili puerili atrocità, divide la merendina col prossimo senza colpo ferire, gioca poco al dottore e molto all’infermiera. Poi, da adolescente, Lucifero mette sempre sulla sua strada qualche satanasso brufoloso che le spezza il cuore. Ed è quello il momento in cui la crisalide diventa farfalla, in cui ella, cioè, prende coscienza del proprio ruolo nell’ordine delle cose e capisce: devo salvarli tutti. Il bello è che la missione viene svolta con grandissima discrezione, e ciò consente alle Nonne Papere di essere molto amate e apprezzate, ché sanno bene che gli uomini detestano sentirsi aiutati quando non l’hanno espressamente richiesto (ed è per questo che alcuni si accattano la Jessica Rabbit di turno, incapace, fondamentalmente, di aiutare perfino se stessa, e pertanto stimolatrice di un appagante senso di virilità primordiale). È per questo che il mondo, in realtà, è nelle loro sapienti mani, anche se a volte si ha l’impressione che siano le Rabbit a farla da padrone. Be’, si sappia, è solo illusione. Tutti coloro che, scellerati, desiderino trovare una bella Jessica per il proprio carniere, si diano una mossa: hanno senz’altro una Nonna Papera già alle calcagna.
Lady Oscar e Olivia
(Donne & Fumetti – Mia n. 4, marzo 2007)
C’era una volta un bambino curioso e molto, molto intelligente. Un giorno, alle cinque del pomeriggio, spense la tv, incrociò i braccini, imbronciò la boccuccia e cominciò a riflettere. E quando i bambini riflettono, povero il genitore che si trova più a portata di mano. Il grande interrogativo del giorno era, e di questi tempi c’è poco da stupirsi: com’è possibile che Gambadilegno non si stufi mai di Trudi? O Diabolik di Eva Kant? O Popeye di Olivia? La domanda pertinente di un bambino così intellettualmente audace merita più che una spiegazione. Bisogna presentare fatti, si devono addurre prove. Ma quando si ha la fortuna di avere, per papà, Galeazzo Crescimbeni (il fumettista, lo scrittore, il sognatore per eccellenza), niente è impossibile, e il nostro piccolo eroe questa fortuna l’aveva. Bastò quindi una matita e un bel po’ di faccia tosta.
Ipotesi numero 1: Popeye e lady Oscar
«E così questa è la famosa Senna, eh? Per le salacche delle Molucche! Mica male, signorina! Ehi, voglio dire, non è l’Hudson, di queste qua nell’Hudson ce ne vanno una dozzina, ma… Ehi, signorina! Perché accelera così? Signorina Oscar!».
Oscar, dopo meno di mezz’ora con quell’americano, ne aveva già più che abbastanza. Innanzitutto puzzava di sardine miste a tabacco Kentucky, il che, scopriva la coraggiosa e bella francese sulla propria pelle, era particolarmente sgradevole. Poi parlava troppo, e… be’, da marinaio. Era un marinaio, d’altronde. Poco distante da loro passa una turba inferocita di popolani, che chiede pane e giustizia. L’americano crede stiano festeggiando la vittoria della squadra locale di football. Oscar tocca nervosamente l’impugnatura della sua spada. Una vita di dedizione alla regina Maria Antonietta e alla sfarzosa corte francese per poi abbracciare la causa rivoluzionaria, anni di sacrifici e di tormento interiore, un’identità sospesa per amore verso il padre e verso la Francia, interminabili notti senza sonno a pensare ad André, passate in bilico tra un nuovo futuro in cui si lascia tutto per seguire il cuore e un presente in cui il cuore appartiene alla patria… e poi arriva un Crescimbeni qualunque, prende la sua dannata hb e le appioppa questo bifolco d’un marinaio guercio, quando poteva rendersi molto più utile disegnando un enorme letto a baldacchino in un posto lontano, con il bell’Andrè pronto per lei. «Corpo di mille balene! Signorina, guardi che razza di barbecue gigante che stanno facendo! Sono forti questi dannati francesi! Questo sì che è tifo! Ma che posto è mai quello?». «La Bastiglia». «Andiamo pure noi alla Pastiglia! Coraggio signorina, stasera rock n’ roll!». Galeazzo o non Galeazzo, questo era troppo. «André, mon amour, lo faccio per te…». «Per mille fulmini, signorina! Rimetta dentro quella spada! Qualcuno finirà per farsi male!».
Ipotesi numero 2: Olivia e André
«Insomma, signor André, è inutile che insista: o si mette quella casacca da marinaio o con me non ci esce, chiaro?». «Ma, mademoiselle Olivia, non mi sta, è troppo piccola!». «Vorrebbe insinuare che Braccino è uno gnappetto? Devo prendere il mattarello?». «Ma no, ma no…». «Si scordi che io mi faccia vedere in giro con uno vestito in quel modo! Ma dove ha preso questa… roba? Non lo sa che il verde non va più da almeno due stagioni?». «Io veramente…». «Su, forza, grande e grosso com’è non vorrà farmi credere di non sapersi vestire da solo, spero! Perfino Pisellino lo sa fare!». «Va bene, ma non si arrabbi…». «Molto bravo, ha visto che non è difficile? E ora andiamo, ci aspettano al comitato. Le piaceranno le mie amiche, sono tutte come me!». «Oscar, dove sei…». «Ho detto comitato, non cinema». «Comitato… cinema…».
Il bambino curioso e molto intelligente guardò papà Galeazzo con gratitudine. Sulle donne, quel pomeriggio, aveva capito due cose importanti. Che per ognuna c’è un solo uomo giusto. Ma qualunque uomo abbiano davanti, comunque, comandano loro.
Valentina e Mafalda
(Donne & Fumetti – Mia n. 5, giugno 2007)
Il mondo senza filtro, pare, nuoce gravemente alla salute. Ci sono i bruti, gli sciocchi, i malvagi, gente pericolosissima che, per crapula, diletto o idiozia, stermina e rade al suolo. Molti uomini e molte donne credono di non poterci fare nulla. Alcuni addirittura si convincono, o vengono convinti, che niente di tutto ciò succeda davvero, e che, quando ti vengono pensieri cupi, basta una birretta e passa tutto. Ma i bambini non li freghi. Quelli sgamano pure che il re è nudo, figuriamoci. Chi ha paura di tanta limpidezza, invece, può scegliere cosa frapporre tra sé e il mondo, per far sì che sembri innocuo, o tanto surreale da poter essere domato con una frusta immaginaria, soggiogato, ridotto a servo dei propri voleri e dei propri timori.
Valentina, per esempio, ha usato una Nikon. Facile la vita, dietro una reflex. Basta un po’ di maestria nel comporre l’immagine, lasciare abbastanza aria sopra le teste, trovare l’angolo giusto per falsare le distanze, inventando accostamenti audaci. Basta saper giostrare una macro a dovere, e quell’unico, minuscolo particolare degno di essere ricordato diventa un mondo, anzi, diventa IL mondo, partorito in un istante di delirio demiurgico, tanto interessante da ritardare nuovamente la tentazione di tradire quel sistema strambo e quasi perfetto per tornare per strada e vederci dell’insopportabile sporcizia. Valentina è la nostra vicina, l’amica dell’amica, quella che fuma assorta fuori dall’aula 7. Ce ne stanno un paio per condominio, una cospicua manciata per ogni via, un bel po’ per quartiere, ne è piena la città. Si spogliano in un attimo, basta stare al gioco, accettare la parte. Non assegnano all’amore alcun compito catartico. Quando è il momento, con il loro teleobiettivo, scelgono qualcuno da purificare, lo studiano da lontano, senza sentirne neppure l’odore, e attorno ai dettagli che riescono a intuire dalla buffa figura che si muove nell’obiettivo, compongono un nuovo universo effimero, che poi popoleranno di bestie immaginarie, di audaci cosmogonie, di architetture grottesche. Vecchi generali austroungarici, mendicanti della venezia dei dogi, levantini venditori di spezie e lascive stelle del rock si faranno compagnia per un giorno, senza regole, per una volta, una sola, poi spariranno per sempre, senza lasciar traccia né ricordo. È la strada in discesa, quella che sceglie Valentina, che delira, crea e distrugge senza mai chiedersi se possa davvero permetterselo, per paura, e se abbia, almeno un poco, il talento maledetto di Hieronymus Bosch. O perlomeno quello di Tiziano Sclavi.
La bimba Mafalda invece ha imboccato la strada difficile, cioè quella semplice. Dal basso del suo mezzo metro riesce, incredibilmente, a non perdersi nulla. Ha una disarmante capacità di dare il nome alle cose. Valentina le fa pena, perché è venuta al mondo ma ne ignora del tutto l’esistenza. Lei invece lo osserva con occhi cristallini, curiosi, con quello sguardo difficilissimo da sostenere quando hai fatto qualcosa di zozzo. Inutile sperare che non ti chieda: perché? E se ai perché non ti sei già dedicato a lungo tra te e te, avrai un bel da fare ad ammettere che “non sai perché”. Nonostante ti mettano talvolta a disagio, le mafalde (rare, ahimè) sono adorabili. Mangiano con appetito (tranne la minestra, schifo schifissimo), per salutarti sorridono come il sole di mattina, hanno più interessi di te e dei tuoi amici messi insieme. Non devono per forza spogliarsi per farsi vedere. Non mollano mai. Piangono, a volte. Quando lo fanno senza un motivo apparente nessun uomo riesce a biasimarle, e non è poco. Quando hai una visione tanto chiara del mondo ne hai senz’altro diritto. Vestono quasi sempre comode ben prima che provocanti. La volta che decidono di mettersi in tiro, di solito, commettono sesquipedali strafalcioni, accostando l’inaccostabile. E di fronte a ciò, chiunque non abbia il cuore di pietra foderato di astracan si commuove. Non lo deve dare a vedere, però. Deve commuoversi quando torna a casa, da solo. Commuoversi, sorridere, pensare a quell’abitino da piccola fiammiferaia e rimuginare tra sé che, se il mondo oggi sembrava più bello del solito, il merito era indiscutibilmente di Mafalda, e del suo mondo così affascinantemente senza filtro.
Legs Weaver e Eowyn
(Donne & Fumetti – Mia n. 6, settembre 2007)
Nord e sud, passato e presente, Tramontana e Ostro. Eowyn e Legs Weaver, simili ed opposte, sono le donne che hanno fatto nascere, dal seme della sofferenza, il fiore della fermezza, l’una nell’infinito presente, l’altra al confine ultimo del tempo. Hanno occhi che rinnegano il volto, anzi, meglio, lo completano, come in un gioco di contrari, come la quercia antica in mezzo al campo di grano nuovo, in un paradosso dalla coerenza perfetta.
Sono donne, entrambe, votate totalmente al bene, che combattono contro il mostro con la forza di Achille e l’assolutezza della Pulzella d’Orleans. Eppure il fine che perseguono è diverso.
Eowyn è una donna archetipica. È stata cantata dai lirici della Roma antica, dai bardi della Francia di Carlomagno, dai poeti del Rinascimento, dalle più belle e tormentate penne del novecento. È una donna che combatte suo malgrado, non per sé, ma per il mondo, per il bene, sublimando una meravigliosa caratteristica muliebre, la generosità, fino ad arrivare a rischiare la vita perché vi sia ancora vita. Eowyn è l’angelo che si fa guerriero, come in un’incarnazione terrena e bellissima di San Michele. È la donna-madre ancestrale, che dona la vita non ai soli suoi figli, ma ad ogni uomo e ad ogni donna sulla Terra, perché non protegge sé stessa e il proprio focolare, ma ogni focolare. Così come ella si oppone al capo dei Nazgul e lo sconfigge, la donna-Eowyn è un ostacolo insormontabile per i simboli del male in ogni loro incarnazione, perché non c’è arma sufficientemente sofisticata da poter avere la meglio su uno spirito pefettamente integro vòlto verso una missione totalmente giusta. Non è la spada, ma il cuore ad annientare il nemico, e il nemico è l’ingiustizia, che non ha lineamenti certi. Alla donna-Eowyn importa poco se le si passa davanti in fila alla Posta, o la si sorpassa pericolosamente. Un ossevatore distratto, vedendola un giorno qualunque in una situazione qualunque, potrebbe scambiarla per una persona remissiva, timida, indifesa, e il prepotente si sentirebbe grande e grosso al suo cospetto. Il coraggio delle donne-Eowyn trascende la contingenza, il momento, l’episodio, perché sono le sentinelle del mondo, non del proprio orgoglio, né del proprio giardino.
Con la donna Legs Weaver, al contrario, meglio stare in campana. Meglio non bucare un semaforo rosso. Meglio abbassare la cresta. Il gancio sul muso è sempre in agguato contro spacconi, bulletti, delinquenti e farabutti. Lei reagisce al sopruso, istantaneamente. È una donna “di pancia”, le cui lunghe gambe e tonicissimi seni celano un’aggressività propria più dell’uomo che della donna. Legs è una manager che fa schizzare alle stelle le quotazioni dell’azienda; è la skipper che, unica donna in gara, stravince la regata; è la bambina che batteva i maschietti a braccio di ferro. Ma pur essendo sempre dalla parte della ragione, il senso profondo del suo agire è essere uomo per vendicarsi di lui. Diversamente da Eowyn, che è il perfetto completamento del proprio compagno di vita, Legs si sostituisce ad esso, perché da lui (e quindi da tutti gli altri) abbandonata, delusa od offesa. Per questo è portata a cercare l’amore, più o meno consciamente, in altre donne, nelle quali cerca ciò che lei, suo malgrado, ha perduto. Questo è il motivo per cui di Legs possono essercene solo nel nostro mondo, l’occidente del terzo millennio, che costringe le donne ad esercitare quotidianamente una violenza per loro inedita per non soccombere. In questa situazione può nascere una Legs Weaver, bellissima, forte e profondamente triste, che, nel punire i cattivi, vendica se stessa, un po’ ogni giorno, finchè di giorni non ce ne saranno più.

